Accessibilità: progettare opportunità, non semplici spazi

Intervista

Accessibilità: progettare opportunità, non semplici spazi

Conosciamo Cristina Casali, fondatrice di Avventure Accessibili

Quando si parla di accessibilità, il pensiero corre subito alle barriere architettoniche. In realtà il concetto è molto più ampio: riguarda il modo in cui le persone vivono gli spazi, i servizi e le esperienze. Ne abbiamo parlato con Cristina Casali, fondatrice di Avventure Accessibili, imprenditrice, viaggiatrice e disability manager, che ha trasformato la propria esperienza personale in un progetto dedicato a rendere il turismo più inclusivo e consapevole.

Chi è Cristina e come nasce Avventure Accessibili?

Sono una grande appassionata di viaggi e convivo da sempre con una disabilità motoria. Quando ho iniziato a viaggiare con mia figlia, che ha la mia stessa disabilità, mi sono resa conto di quanto fosse difficile trovare informazioni realmente utili sull’accessibilità delle destinazioni.

Non cercavo soltanto di sapere se un luogo fosse accessibile, ma se fosse davvero adatto alle nostre esigenze: come muoversi, quali esperienze fosse possibile vivere, quali servizi fossero disponibili. Da questa necessità è nata Avventure Accessibili: un progetto pensato per condividere informazioni, consigli ed esperienze con altre persone che, come noi, desiderano viaggiare in autonomia e serenità.

Con il tempo ho deciso di approfondire il tema diventando Disability Manager, per comprendere anche le esigenze legate alle disabilità cognitive e sensoriali e offrire una visione più completa dell’accessibilità.

Ritratto di Cristina Casali, fondatrice di Avventure Accessibili e disability manager
Cristina Casali, fondatrice di Avventure Accessibili e disability manager

C’è una destinazione che ti ha colpita particolarmente per la qualità dell’accoglienza?

Senza dubbio Liverpool. Ci ha sorpreso non solo per le infrastrutture accessibili, ma soprattutto per l’atteggiamento delle persone.

La sensazione è che l’accessibilità non sia stata aggiunta successivamente con soluzioni improvvisate, ma che faccia parte della progettazione originaria degli spazi. Questo si riflette nella mentalità della città e nella disponibilità delle persone. Più volte ci è capitato che sconosciuti si fermassero spontaneamente per offrirci aiuto o indicazioni.

Anche Amsterdam rappresenta un ottimo esempio di accessibilità. Nei mezzi pubblici, ad esempio, il tram si ferma nei punti in cui il dislivello con il marciapiede è minore, facilitando l’accesso alle persone in sedia a rotelle e permettendo loro di muoversi con maggiore autonomia.

Cristina Casali in viaggio a Londra, sullo sfondo il Tower Bridge
Cristina Casali in viaggio a Londra

Quali sono oggi gli ostacoli più difficili da superare?

Paradossalmente non sempre sono quelli fisici.

Le barriere architettoniche esistono ancora, ma spesso il vero ostacolo è rappresentato dai pregiudizi e dai comportamenti inconsapevoli. Capita che una persona con disabilità venga trattata come se non fosse autonoma oppure che ci si rivolga direttamente all’accompagnatore anziché a lei.

Per questo credo che la formazione delle persone che lavorano nell’accoglienza sia fondamentale. Hotel, ristoranti e attività aperte al pubblico dovrebbero essere preparati ad accogliere tutti nel modo corretto.

Quanto contano i dettagli nell’accessibilità di una struttura?

Contano moltissimo.

Pensiamo ai bagni: due persone con la stessa disabilità possono avere esigenze molto diverse. La posizione di un maniglione può fare la differenza tra autonomia e dipendenza da un accompagnatore.

Molte volte non servono grandi investimenti strutturali. Sono sufficienti conoscenza, attenzione e consapevolezza. Per questo cultura e formazione restano elementi chiave.

A che punto siamo in Italia?

È difficile generalizzare. Esistono realtà molto attente e altre che devono ancora fare molta strada.

Le difficoltà emergono soprattutto quando si intrecciano infrastrutture, trasporti e servizi. Penso a città come Roma, che stanno lavorando sull’accessibilità ma devono confrontarsi con vincoli storici e urbanistici.

Ciò che fa davvero la differenza è la disponibilità di informazioni affidabili. Se conosco in anticipo caratteristiche e limiti di una destinazione, posso organizzarmi e scegliere in autonomia.

Quanto è importante progettare pensando all’accessibilità fin dall’inizio?

È fondamentale.

Il principio del Design for All dovrebbe essere alla base di qualsiasi progetto, dagli edifici agli oggetti di uso quotidiano. Progettare per tutti significa creare ambienti che possano essere utilizzati da persone con esigenze diverse e nelle diverse fasi della vita.

L’invecchiamento della popolazione rende questo tema ancora più urgente. Non si tratta più di una scelta opzionale, ma di una necessità.

Secondo te chi progetta oggi ha gli strumenti per farlo?

Non sempre.

La normativa è importante, ma conoscere le regole non basta. È necessario comprendere davvero le esigenze delle persone che utilizzeranno quello spazio.

Mi è capitato di vedere bagni perfettamente a norma ma raggiungibili soltanto tramite una scala. Formalmente tutto corretto, ma di fatto inutilizzabile.

Per evitare queste situazioni servono professionisti formati e una visione d’insieme che metta al centro l’esperienza reale dell’utente.

Cosa manca ancora nel sistema dell’accessibilità?

Una regia.

Troppo spesso ogni attore si occupa del proprio ambito senza una visione globale. Questo vale sia per il turismo sia per le amministrazioni pubbliche.

L’accessibilità non riguarda soltanto l’hotel o il bagno accessibile. Riguarda i trasporti, le attività, le esperienze e tutto ciò che consente a una persona di vivere pienamente una destinazione. Serve qualcuno che coordini tutte queste competenze.

Come immagini l’Italia tra dieci anni?

Vorrei un Paese più consapevole e più accogliente.

Lavoro molto anche nelle scuole, perché credo che sensibilità ed empatia si costruiscano fin da piccoli. Nei bambini di oggi ci sono i professionisti di domani: architetti, progettisti, amministratori.

Se impariamo presto a metterci nei panni degli altri, molti problemi legati all’accessibilità si risolveranno in modo naturale.

In una frase: che cos’è per te l’accessibilità?

“L’accessibilità è la possibilità di fare esperienza e di scegliere chi vogliamo diventare.”

Lo dico sempre a mia figlia: non è vero che non possiamo fare qualcosa. Dobbiamo semplicemente trovare il nostro modo di farla.

Per me l’accessibilità non riguarda soltanto la disabilità. È creare opportunità, permettere alle persone di sperimentare, crescere e costruire il proprio percorso.

Una visione che va oltre le barriere

Da questa conversazione emerge un messaggio chiaro: l’accessibilità non è un vincolo progettuale né un semplice requisito normativo. È un approccio che mette le persone al centro e che, se pensato fin dall’inizio, genera valore per tutti.

Per il mondo dell’ospitalità, del design e della progettazione significa creare ambienti più sicuri, più inclusivi e più accoglienti. Per le persone significa poter vivere esperienze, fare scelte e cogliere opportunità senza che gli ostacoli diventino limiti.

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